Il Burnout da Mascheramento nella Neurodivergenza

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Viviamo in una società che spesso misura il valore delle persone in base alla loro capacità di conformarsi a determinati standard sociali. Per molte persone neurodivergenti, come quelle nello spettro autistico o con ADHD, questo adattamento può richiedere uno sforzo costante, faticoso e talvolta devastante. Questo fenomeno prende il nome di mascheramento.
Il mascheramento consiste nel modificare o sopprimere consapevolmente i propri comportamenti, emozioni o tratti naturali per adattarsi alle norme sociali considerate “accettabili”. Si tratta di una strategia appresa e spesso interiorizzata sin dall’infanzia, utilizzata per evitare giudizi, esclusione o discriminazione.

Per una persona neurodivergente, fare masking potrebbe voler dire fingere di comprendere situazioni sociali anche quando risultano ambigue o stressanti, forzarsi a mantenere il contatto visivo, anche se risulta scomodo o innaturale, reprimere lo stimming (movimenti ripetitivi o auto-regolatori) per paura di essere giudicati, oppure imparare a memoria espressioni facciali, toni di voce o risposte sociali “appropriate”.

Questa strategia, apparentemente efficace, ha però un costo elevato. Spesso invisibile, ma reale. Quando il mascheramento diventa parte integrante della quotidianità, il carico emotivo e cognitivo che ne deriva può accumularsi fino a generare un burnout. A differenza della comune stanchezza, il burnout da mascheramento rappresenta un esaurimento profondo che può avere ripercussioni significative sulla salute mentale e fisica, portando a difficoltà di concentrazione, memoria e comunicazione, ansia, depressione o crisi di panico, isolamento sociale e bisogno di ritiro.

In molti casi, questo tipo di burnout si manifesta dopo anni di sforzi silenziosi per “essere all’altezza”, in ambienti che non tengono conto delle differenze neuro-cognitive.
Per una persona neurodivergente, anche le attività quotidiane più semplici possono trasformarsi in un campo di battaglia invisibile. Situazioni come partecipare a una riunione, gestire relazioni sociali, tollerare ambienti rumorosi o mantenere un comportamento “adeguato” in pubblico richiedono una costante vigilanza e autocontrollo.

Ogni interazione può diventare una recita che consuma energie e lascia poco spazio all’autenticità. Il rischio è che, col tempo, si perda il contatto con la propria identità più autentica.
Il mascheramento è, per definizione, difficile da vedere. Chi lo pratica spesso riesce a “mimetizzarsi” così bene da non destare preoccupazioni. Viene percepito come “normale”, “adattato”, e quindi non riceve supporto. Anzi, proprio questo apparente successo può portare a una mancanza di comprensione delle difficoltà reali vissute sotto la superficie.

Inoltre, molte persone neurodivergenti ricevono una diagnosi tardiva o nessuna diagnosi, continuando per anni a colpevolizzarsi per il loro malessere, senza capire che quel disagio ha un nome e che non è colpa loro.
Per prevenire il burnout da mascheramento è fondamentale ripensare profondamente il modo in cui accogliamo le differenze. Serve un cambio culturale e sociale che vada oltre la semplice “tolleranza” e punti all’inclusione autentica.

Riconoscere e validare le esperienze neurodivergenti, creare ambienti di lavoro, scuola e vita quotidiana più flessibili e accessibili, sostenere la libertà di espressione non verbale, sensoriale e comportamentale, offrire spazi sicuri dove poter essere se stessi, senza la pressione di indossare una maschera, promuovere la formazione e la sensibilizzazione tra professionisti, educatori e datori di lavoro migliorerebbero la vita delle persone neurodivegenti.

Il mascheramento può sembrare una strategia funzionale, ma nel tempo si rivela un meccanismo di sopravvivenza logorante. Nessuno dovrebbe dover scegliere tra l’essere sé stesso e l’essere accettato.
Riconoscere il burnout da mascheramento significa dare valore all’esperienza vissuta di chi, ogni giorno, combatte una battaglia invisibile. E, soprattutto, significa iniziare a costruire una società in cui la diversità neurologica non debba più nascondersi per esistere.

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